martedì 22 dicembre 2015

Star Wars, le scarpe Superga e il grande equivoco degli spoiler

Diciamolo subito. Questo articolo contiene spoiler sull'ultimo episodio di Star Wars. Non solo. Contiene spoiler anche su tutti i prossimi episodi della saga. E su centinaia di altri film che non sono ancora stati scritti né girati. Contiene spoiler persino su film che gireranno quando io e te saremo già morti e sepolti e su film che forse non si chiameranno nemmeno più film. Se dopo questo incipit non sei ancora scappato, puoi leggere la versione completa di questo pezzo sul mio blog Esplorazioniminime, dedicato ai viaggi. Sì, perché è proprio di un viaggio che dobbiamo parlare: il viaggio dell'eroe.

Clicca qui per accedere al contenuto.

il viaggio dell'eroe spoiler

giovedì 29 gennaio 2015

Munari e le affissioni del McDonald's

Scrivo veloce perché in questo periodo mi succedono un sacco di cose e mi viene ogni tanto da chiedermi se abbia senso perdere del tempo considerevole dietro alle cose dell'adv; e spesso quando me lo domando, devo ammettere a me stesso che la risposta è no. Allora vado veloce, anche perché si tratta di fast food, e poi anche perché di questo argomento si è parlato già così tanto che mi sembra di aver fatto indigestione di McDonald's nonostante l'ultima volta che ci sono andato risalga a un centinaio di mesi fa.

C'è questa campagna, e ci sono, come spesso accade, dei dibatti su questa campagna e degli articoli su questa campagna. E secondo me però c'è una cosa, una piccola grande cosa di cui non si è ancora parlato, che inizia da questa campagna e finisce altrove. E allora ho bisogno di dirla, questa cosa, altrimenti finisce per ammuffire, a differenza dei panini perenni della multinazionale.


Partiamo dalle affissioni, che sono state premiate e lodate. L'idea è che il Mc è talmente al di sopra di tutto, talmente consolidato come brand, che può permettersi di non dire più nulla, se non questa cosa qui: che oramai i loro prodotti hanno smesso di essere prodotti e sono diventati icone. E che il loro simbolo ha smesso di essere un marchio ed è diventato il sigillo di un'iconicità raggiunta. Cosa ci dice il Mc con questa campagna? Che oramai quando pensi al fast food, pensi al Mc, che è l'icona delle icone del fast food, l'antonomasia del fast food a voler essere precisi e da qui, giustamente, il marchio che diviene copyright. Bellissima idea, perfettamente perfetta per Mc. Burger King, per dire, non l'avrebbe semplicemente potuta fare.

A tavolino fanno quasi ridere le posizioni di chi, in Italia, prova a criticarla dimostrando in realtà di non averla capita del tutto; e – ma questa è una considerazione personale – di non aver del tutto compreso certe sfumature non solo di questa campagna, ma del grande gioco dell'adv in generale. A tavolino, però. Il fatto è che un'affissione non è un file. Non è un artefatto digitale che circola solo su monitor retina o schermi retroilluminati. È un grande collage di fogli di carta appiccicati con una brodaglia collosa, che finiscono dentro al contesto urbano.

E proprio l'altro ieri, mentre ancora sorridevo per il dibattito avvenuto qui, riflettendo su come fosse folle criticare questa idea, mi sono imbattuto in un'infilata di poster sulla strada che attraversa una porzione di periferia industriale di Modena e porta alla stazione. E lì ho visto i poster, non l'idea. E li ho visti un poco sgualciti e un poco sbiaditi, un poco storti anche, li ho visti insomma nella realtà, perché è nella realtà che si guarda un poster. E ho visto che il giallo-senape del minimarchio sparisce del tutto quando passi in macchina, ma anche a piedi. E ho visto anche che di fronte ad affissioni più grevi che ancora si ostinano a gridare i propri headline, qui, nella cruda realtà della provincia, affogata nel vago squallore puzzolente di freni bruciati di frecciarossa in ritardo, l'affissione mcdonalds's si sottrae semplicemente alla vista come un coniglio impaurito. Scompare dall'ambiente e non attrae lo sguardo di nessuno. Aspettavo il treno e guardavo e aspettavo e ve lo assicuro, ve lo prometto: nessuno ha degnato l'affissione di una sguardo. Nessuno ha degnato di uno sguardo nemmeno le altre affissioni, certo. Ma nessuno di nessuno ha guardato nemmeno questa genialata. E nessunissimo, ve lo sottoscrivo, ha gridato: Wow, che genialata il marchio copyright!

 E mi è tornata in mente questa cosa che avevo letto su un libro di Munari – Fantasia o Da cosa nasce cosa, forse, o forse un altro ancora – in cui il designer sosteneva con il suo stile sobrio e sottilmente pungente, che per fare la differenza, un progettista della comunicazione, non dovrebbe mai fermarsi all'idea, ma dovrebbe essere consapevole di tutto il percorso realizzativo, fino, si spingeva a dire, a occuparsi del luogo e del contesto in cui un poster viene posizionato, e di quali altri poster sono presenti in zona. Impossibile, diceva il giovane me, da poco entrato in pubblicità. Questo signore non sa proprio come avviene la filiera di un lavoro, mi dicevo anche, con quella particolare supponenza che si può avere solo a vent'anni, non è che un copy adesso può fare il giro di Milano di notte, e dire agli attacchini qui sì qui no, oppure – peggio – chiamare l'art e dire Ciccio ma sai che adesso che lo vedo lassù sul muro, mi accorgo che il visual proprio non si capisce per niente?


Solo qualche anno più tardi, quando tutti in Italia impazzivano per l'unconventional e l'ambient, mi sono ricordato di quelle parole e ho capito che Munari ci aveva visto lungo e stava già anticipando una rivoluzione che è avvenuta solo decine di anni in seguito
alla pubblicazione dei sui libri: i pubblicitari hanno iniziato a tener conto del contesto, a progettare in base all'ambiente. E niente, volevo solo dire questo. Che se le vedete nell'ambiente, e non su un social network, in effetti queste idee geniali scendono di parecchio dal piedistallo, diventano quasi invisibili, quasi spariscono. E se la gente non le vede, perché mai dovrebbero essere geniali?

 

Insomma, la questione è questa secondo me, che ogni tanto bisognerebbe tornare alla realtà, pensare che sì, è bello che la comunità di cui si fa parte giudichi incredibilmente bene un lavoro, ma che in fin dei conti il lavoro ha lo scopo di smuovere emozioni nelle persone là fuori, oltre gli schermi, oltre le finestre, quelle che camminano giù per le strade. Essere più dei Demostene, quello che quando parlava convinceva gli ateniesi a battagliare, e meno degli Eschine, quello che quando parlava faceva dire agli ateniesi Ehi, ma sto tizio parla proprio bene. Perché, mi dicono, quelle persone che camminano per strada, girano per la città, entrano dentro ai McDonald's, esistono ancora. E io, di mio, credo che sia vero. Ciao, vado a controllare.

Le volevo fare le foto della affissioni sgualcite, lo giuro, ma poi dopo è successa una di quelle cose che mi fanno pensare che sì, va bene occuparsi di adv, ma la vita è più importante. Alla prossima.


venerdì 25 luglio 2014

Riassunto delle puntate precedenti. Ovvero come è nata una nuova TERRA.

È dal mesozoico che non aggiorno questo spazio. L'ultima volta c'erano vecchi tirannosauri che farfugliavano di un'apocalisse imminente, un meteorite che sarebbe caduto dallo spazio o qualcosa del genere; sapete come sono i vecchi tirannosauri.
Beh, avevano ragione.
È arrivato il meteorite con annessi, connessi e nuova era geologica compresa nel prezzo.
Quindi. Ricapitolando.


In questa nuova era il tempo è ricominciato dall'inizio: ho scelto di ripartire da zero, fondando, insieme ad Andrea Calderone, una società che si chiama TERRA.
Per la verità, si chiama TERRA | Video. Storie. Luoghi.
Che cosa facciamo con TERRA (| Video. Storie. Luoghi.) e perché ci chiamiamo così (e c'è un sito? C'è un sito? Com'è il sito?)? Cercherò di rispondere adesso, qui, che ho un mezzo secondo.

TERRA. Cos'è, cosa non è

TERRA è uno uno studio che si trova qui: via Radici in Piano, 747, Sassuolo (Mo).
Perciò, fateci caso, (ci avevate fatto caso?) c'è la terra, ci sono le radici, c'è un piano e ci sono i sassi e anche un po' il suolo. Tutte robe che ci piacciono.
TERRA è nata da un'esigenza naturale, da una voglia mia e di Andrea di mettere insieme quello che amiamo fare e di farlo in un modo che fosse nostro. TERRA non è e non sarà mai un'agenzia a servizio completo come si usa dire nella provincia profonda, né uno studio di puro e semplice videomaking. TERRA, in altre parole, non è l'agenzia che si ferma all'idea e ha bisogno di sette fornitori per portarla a conclusione, ma nemmeno il fornitore che ha bisogno di un'idea da eseguire, pensata da qualcun altro.


Facciamo un esempio, che senza gli esempi si capisce poco.
Ora stiamo lavorando con una realtà in cui crediamo molto: ITS Maker, fondazione che propone un nuovo modello di istruzione post diploma, per formare profili tecnici molto specializzati sulle aree di interesse reale delle imprese del territorio. Alcuni bienni hanno punte di diplomati che lavorano, intorno al 90%.
Per loro, come un'agenzia, nel nostro piccolo abbiamo creato un percorso strategico che si esprime in un messaggio (poi sintetizzato in un hashtag); come un'agenzia ci siamo occupati di declinare il messaggio sui mezzi tv, radio e social. Ma poi abbiamo anche realizzato, montato e consegnato i video per le tv (regionali) e il video racconto di presentazione, senza allungare la catena del lavoro di una maglia. A proposito, l'hashtag è questo: #iolavorograzieaitsmaker Cercatelo su google, facebook, twitter.


Qui i video delle sedi di Bologna e Reggio Emilia.


Capito? Vi piace? A noi molto. Pensare con una visione al come verrà realizzato e realizzare con consapevolezza qualcosa, perché lo si è pensato sin dall'inizio: così ci piace lavorare e così lavora TERRA. 

Altre cose più o meno sbrigative da sapere su TERRA.

1. Siamo iscritti all'albo artigiani, perché la filosofia artigiana abbraccia meglio il pensare e fare, come lo intendiamo noi.



2. Non abbiamo ancora un vero sito, ma abbiamo una pagina facebook dove ci raccontiamo giorno dopo giorno.



3. Abbiamo realizzato a mano alcuni dei mobili dell'ufficio: la libreria 451 e l'appendiabiti Sacks, per esempio.





4. Uno dei primi lavori di TERRA è stato un corso di comunicazione pratica che ho tenuto per una scuola superiore della mia città. Lo rifarei domattina.




L'ultima cosa che voglio dirvi di TERRA, poi vi lascio, riguarda l'approccio. Che poi è anche un po' il motivo per cui ci chiamiamo TERRA.

Ci piace collaborare con realtà in cui crediamo, dando ai nostri progetti un'impronta precisa: vogliamo che la comunicazione sia sempre il vettore di qualcos'altro. Vogliamo che attraverso un percorso di comunicazione si riescano a raggiungere obiettivi più alti e grandi di quelli che ci vengono richiesti. Vogliamo far capire a un'azienda, a un ente, che in questa realtà, in questa TERRA, ogni cosa è connessa a ogni altra, e raccontare bene un prodotto davvero buono, significa non solo vendere di più il proprio prodotto, ma anche fare bene a un intero territorio, portare magari curiosità e interesse che potrebbero trasformarsi in turismo, che infine potrebbe portare a vendere il prodotto ancora di più, rispettando e anzi valorizzando il territorio.
Ecco, questa è l'essenza di TERRA.



Qui, c'è quello che in agenzia avremmo chiamato posizionamento. In realtà è il nostro DNA.

CI CHIAMIAMO TERRA PERCHÉ VOGLIAMO SALVARLA.
RACCONTANDO OGNI IDEA, OGNI LUOGO, OGNI PRODOTTO.

Adoriamo ascoltare storie, scoprirle, raccontarle. Rimaniamo ogni giorno sorpresi da quanti contenuti di altissimo valore giacciano sotto il livello della comunicazione, ignorati e inutilizzati: prodotti eccellenti, realtà imprenditoriali, valori territoriali. Terra è qui per portare alla luce le vostre storie e raccontarle al pubblico, attraverso lo strumento video.

>>> Molti territori racchiudono storie di grandissimo valore, ma non sempre hanno gli strumenti per raccontarle in modo corretto, perdendo occasioni importanti anche dal punto di vista turistico. Terra crede nel ruolo chiave della comunicazione territoriale e vuole diventare un riferimento per questo settore.

>>> Un territorio è fatto anche di imprenditori, professionisti, artigiani. Ma anche le idee, i prodotti e i servizi migliori perdono efficacia, se non vengono comunicati al pubblico. Terra va in cerca del valore, lo rende comunicabile e lo racconta alle persone. Così ci guadagnano tutti. Imprese, pubblico e territorio.


Ciao.
(Se volete venirci a trovare, è iniziato l'#EntroTerraTour. Potete anche scrivermi a diegofontana@t-e-r-r-a.it)

mercoledì 12 febbraio 2014

Gli spot per il canone Rai: due chiacchiere col direttore creativo Pierluigi Colantoni



Ho chiesto a Pierluigi Colantoni, responsabile della promozione istituzionale e web per la Rai, di fare due chiacchiere a proposito della campagna dedicata al canone, di cui è direttore creativo.


L'ho fatto soprattutto per una ragione: è la prima campagna autoprodotta da Rai, dopo anni di collaborazioni eccellenti con multinazionalidell'advertising, che spesso hanno prodotto ottimi risultati perlomeno in termini di qualità creativa, specie tenendo conto del tema non proprio benvoluto: capirete che parlare del canone non è esattamente come parlare di Redbull. Questo fatto, candidamente indicato nei comunicati stampa, si è trasformato in una piccola bomba atomica esplosa tra gli addetti ai lavori, la cui tesi, sintetizzando nemmeno troppo, si riassume in: produrre pessimi spot al risparmio non farà che diminuire il numero di abbonati.



Per me è un po' troppo semplice restringere il campo così e non guardare a questo evento come a una chiave per domandarsi qualcosina in più. Per esempio: l'advertising, strutturato con modelli ereditati da una cultura che ha radici negli anni Cinquanta e Sassanta, è ancora il modo migliore per affrontare la comunicazione oggi? Quanto il pubblico nota la differenza tra uno spot medio prodotto da un'agenzia multinazionale e un video realizzato per esempio coinvolgendo un team di professionisti? Quanto uno spot che nel mondo dell'advertising viene premiato e giudicato strategicamente e creativamente interessante, risponde alle necessità reali di un brand?

Di questo e di altro abbiamo parlato nell'intervista, cercando anche di fare un po' di chiarezza sulle cifre. Un'ultima cosa: l'unica domanda che mi sono imposto di non fare a Pierluigi è se ritiene che sia giusto o meno pagare il canone. Di questo tema non mi interessa parlare in questa occasione. 


1. Ciao Pierluigi, sei il direttore creativo della campagna dedicata al Canone Rai. Diciamolo subito: ha fatto discutere, su diversi fronti. Comincerei chiedendoti perché Rai, dopo anni di campagne affidate a celebri sigle della comunicazione, ha scelto di auto-produrre questi spot.

Le campagne canone hanno sempre fatto discutere… diciamo che quest’anno abbiamo dato un motivo in più! Per rispondere alla tua domanda, nel 2013, con l’arrivo di Costanza Esclapon alla direzione “Comunicazione e Relazioni Esterne”, è stata creata una struttura dedicata all’ideazione e allo sviluppo delle campagne istituzionali, sociali e web della Rai. La creazione di questa in-house agency risponde ad un’esigenza di massimizzare il potenziale delle risorse interne, riducendo i costi laddove possibile. La campagna canone ha seguito tale iter.

2. Ho la sensazione che in rete il termine “autoproduzione” abbia dato adito ad ambiguità, finendo ben presto per significare “dilettantismo”. Io vorrei fare chiarezza: potresti dirci quali parti del progetto sono state portate avanti internamente (e da quali figure) e quali invece sono state affidate a professionisti esterni?

Non c’è nessuna correlazione tra autoproduzione e dilettantismo, specialmente se stiamo parlando di Rai. Le maestranze e le risorse all’interno di questa azienda competono con le migliori professionalità esterne… Tra qualche giorno vedrete in onda il nuovo restyling di Rai5 la cui regia, direzione della fotografia e produzione sono interne e credo che sia una prova importante del nostro potenziale, e del nostro futuro. La campagna canone 2014 è stata ideata internamente dalla nuova struttura (il cui team di lavoro ha un profilo altamente qualificato) che ha svolto le attività di Direzione Creativa e Accounting. Per la produzione è stata fatta una gara pubblica da cui si sono tirate indietro quasi tutte le società coinvolte poiché la base d’asta è stata considerata troppo bassa. Diciamo quindi che la Rai in questo progetto è stata sia il cliente che l’agenzia pubblicitaria. Le musiche sono edizioni RaiTrade.

 3. Arriviamo alla cifra citata a più riprese: 120.000 euro. È corretta? A cosa si riferisce, precisamente? Ai costi di realizzazione (casa di produzione, regista, attori, riprese…) o comprende anche altro?

Si riferisce ai costi di produzione e postproduzione. Chiunque lavora nel nostro settore sa che 40.000 euro a spot (la campagna è articolata in 3 soggetti) è una cifra bassissima per questo tipo di progetto.

4. Questa cifra corrisponde a un risparmio consistente rispetto alle precedenti campagne, sviluppate insieme ad agenzie multinazionali?

Sì, sostanziale.

5. Personalmente non trovo per nulla incomprensibile né di per sé errata l’idea che, in un momento come questo, Rai scelga di risparmiare sulla comunicazione. In fondo è come se ci dicesse: «Non spendiamo tutti i soldi di voi contribuenti per realizzare tre spot». Tra le righe è anche questo il segnale che si voleva dare?

Non è un segnale ma una strategia precisa di contenimento dei costi che non deve ledere la qualità dell’output. A proposito di qualità: quest’anno lo spot per il festival del cinema di Venezia (Rai Cinema) è stato scelto come sigla di apertura e chiusura del Festival stesso e allo stesso modo lo spot per il Festival del cinema di Roma e la Giornata Mondiale dell’Infanzia hanno ottenuto un grande consenso.

6. A questo punto ti lancio una piccola provocazione: non si poteva abbassare ancor più il budget, realizzando spot volutamente “bulgari”, giocando ironicamente sul fatto che tutto il denaro dei contribuenti viene investito sulla qualità dei programmi, evitando di spenderlo in spot? Un esempio tratto dall’attualità: la campagna “If we made it” firmata David Droga e basata sull’idea di uno spot costosissimo… se solo avessero avuto il budget per realizzarlo.

È una buona idea. Ci penserò per la prossima campagna… ma non chiedermi soldi…"Per questo progetto non c’è budget!”



7. Gli spot sono strutturati in due momenti: nel primo, all’accartocciarsi della lettera corrisponde un distruggersi della tv, nel secondo avviene la svolta fantasy, con la reazione degli spettatori. Ho la sensazione che se fossero nati in agenzia, gli spot si sarebbero conclusi nel momento in cui la tv si distrugge (in fondo il concetto è già perfettamente comunicato così); e che la strada fantasy sarebbe stata eventualmente sviluppata in un’altra proposta. Questa struttura in due momenti è frutto di una scelta precisa o è un compromesso tra due strade?

Assolutamente no! Non esiste compromesso… in nessuna campagna che stiamo realizzando! L’idea ha due turning point che corrispondono a due messaggi precisi:
il primo di ordine legale (tassa sul possesso), il secondo di ordine personale.
Poi, se qualcuno ha deciso che le pubblicità funzionano con un solo turning point e le canzoni funzionano solo con strofa ritornello e bridge… questo è un altro problema. A noi interessa solo che in una campagna call to action il messaggio arrivi… e il messaggio è arrivato.

8. Alcuni addetti ai lavori sostengono che la mancanza di un’agenzia si noti soprattutto dal lato strategico: in particolare il tono del claim apparirebbe un po’ troppo paternalistico, sebbene sdrammatizzato dal gioco tra “vede” e “deve”. Puoi dirci come è nato questo claim e quali sono gli obiettivi?

Il claim è in piena coerenza con la strategia di una campagna che si rivolge in modo diretto agli evasori oltre a essere la trasposizione testuale dei due turning point. Per me è efficace e chiaro…ma non sono libero in questa valutazione, mi chiedo se gli “addetti ai lavori” che hanno sostenuto tale teoria lo siano. Per quel che mi riguarda non posso che ringraziare il regista Riccardo Grandi, la produzione e la post-produzione per il lavoro svolto.

 9. Qui parlo a titolo apertamente personale: ho l'impressione che la maggioranza degli spettatori non abbia affatto l’idea di assistere a spot meno professionali rispetto alla tradizione Rai. Avete riscontri in termini di dati? Si possono fare confronti basati sui numeri, con le campagne precedenti sulla reale efficacia degli spot?

Chi ha l’impressione di una campagna meno professionale? Sono gli stessi che ritengono che la campagna manchi di una strategia? A oggi non abbiamo ancora riscontri, per quanto riguarda la valutazione di una campagna bisogna tener presente tutte le variabili in gioco che per quanto concerne il canone, oggi più che mai, sono di ordine sociale ed economico.

10. È l’ultima domanda e voglio cercare di allargare la prospettiva: dall’epoca d’oro dell’advertising a oggi il mondo è cambiato molto e continua a evolversi a una velocità spaventosa. Perciò da una parte non è poi così spiazzante che una realtà come Rai decida di affidare la propria comunicazione a un team di professionisti e non a un’agenzia tradizionale. Dall’altra mi e ti chiedo: nel 2014 uno spot è ancora il mezzo più adeguato per comunicare con i propri abbonati, soprattutto riguardo a un tema così delicato come il canone?

Il mondo sta cambiando e la Rai insieme a esso. Se tuttavia gli investitori continuano a investire in modo sostanziale nella tv generalista, mi domando per quale ragione noi, che siamo la tv generalista (e non solo), dovremmo farne a meno. La campagna canone ha avuto, e ha tuttora uno spot Radio e Cinema. Per quanto riguarda nuovi media e forme di comunicazione… aspettiamo la campagna 2015!



A presto Pierluigi, grazie per la chiacchierata,
Diego




mercoledì 24 luglio 2013

Avvistamenti dall’altro lato della strada

(Un paio di cose sulla comunicazione che ho intuito mentre cercavo di guidare in Scozia)


Ho passato un po’ di tempo in Scozia guidando, camminando, curiosando, dormendo in diversi bed and breakfast. Ma soprattutto guidando. Ho sbagliato un sacco di strade, ho avvistato decine di aironi (heron) e poiane (buzzard), ho preso qualche marciapiede mentre cercavo di accostare, ho dato la precedenza a diverse pecore, ho scoperto che esistono le strade a una sola corsia e non credo di essere mai riuscito a cambiare dalla quarta alla quinta (con la manosinistra non ho molta confidenza e ogni volta rimettevo in terza). A proposito, ho scoperto pure l’esistenza della Vauxhall, che produce per la Opel in Gran Bretagna. Avevo una Vauxhall Corsa ribassata, con i pedali e gli interni sportivi, che avrebbe meritato ben altro pilota rispetto a me, ma che in fondo è tornata a casina sana e salva. 
Non è stato un tempo sufficiente a farsi un’idea precisa su nulla, ma è stato abbastanza per ricevere qualche impressione e guardare le cose da un lato diverso dal solito. Butto fuori a casaccio, ma credo che ci sia un filo rosso che lega un po’ tutto. O forse no, chi lo sa.



Nessie è più vero dell’aquila
La Scozia è acqua e montagne. Tanta, tantissima acqua salata e dolce e un’infinità di montagne molto diverse tra loro che, a dire il vero, non raggiungono mai altezze vertiginose, anche quando si chiamano highlands. Le circa 300 che superano i 914 metri (3.000 piedi) sono state catalogate da uno scalatore che si chiamava Munro, e oggi in Scozia per dire “montagne di una certa altezza” si dice semplicemente Munro, come noi diciamo Scotch invece di nastro adesivo. Acqua e montagne, dicevamo. Acqua, montagne e un’intera popolazione innamorata fino al midollo della propria acqua e delle proprie montagne. Ma se c’è una cosa che gli scozzesi adorano ancora di più di laghi (loch, mica lake come dicono quei cittadini degli inglesi), fiordi, fiumi e Munro vari, sono le creature che li abitano. Per gli scozzesi l’avvistamento (sighting) è parte integrante della vita, una passione radicata almeno quanto il whisky


Quando abbiamo detto alla signora che gestiva il primo bed & breakfast che il giorno dopo saremmo andati alle isole Mull, Staffa e Iona, si è tutta emozionata e l’ha detto subito al marito. E la mattina a colazione ci ha chiesto se a Staffa eravamo riusciti a vedere le pulcinelle di mare (Puffins) ed era raggiante e orgogliosa - quasi che la puffin fosse sua - quando le abbiamo confermato che sì, avevamo avuto la fortuna di avvistarne una.  Ma questo è niente: non c’è lago che non abbia panchine per avvistare pesci, cetacei, foche o uccelli. E le strade sono costellate da cartelli, quasi sempre realizzati benissimo, che ti spiegano quali specie si possono avvistare in quel punto preciso e con quale frequenza. Addirittura ci sono bed & breakfast che forniscono un binocolo come parte integrante dei servizi. E in ogni paese costiero partono imbarcazioni per osservare foche, delfini, focene o persino aquile di mare (reintrodotte in verità da poche decine di anni).

 

 

Mentre cercavo di infilare quella maledetta quinta, lasciano il Castello di Urquhart, sul lago di LochNess, ho avvistato chiaramente questo in testa: che la leggenda di Nessie non poteva che nascere qui, in questo paese, tra persone che dedicano ore intere a scrutare la propria terra nella speranza di avvistare anche solo una poiana, che qui sembra che sia questa gran cosa. (Devo ammettere che vedere un buzzard, che si staglia tra le nuvole che si fanno la guerra in un cielo che sa di sale, pino, resina e betulla è molto diverso che vedere una poiana grigiastra appostata sul palo della luce in una strada dove la campagna si confonde con la periferia industriale della pianura padana. Ma questo è un altro discorso). Che forse la fauna immaginata, le leggende metropolitane, proprio in quanto prodotto di un contesto sociale, culturale e ambientale, ci dicono di più su di una popolazione di quanto non facciano le specie autentiche, magari reintrodotte. Non può essere mica un caso se in Scozia c’è Nessie (e ci sono anche i cavalli di lago, i Kelpies), in America del Sud c'è il Chupacabra (un cane spelacchiato e sparuto), negli Stati Uniti il Big Foot (un gigantone con manie di grandezza a partire dal nome) e in Asia c'è il misterioso Yeti che vive in simbiosi con la natura e pare abbia poteri telepatici.



Se ami devi avere il coraggio di dirlo a tutti. Altrimenti non ami davvero
La Scozia è acqua, montagne, creature vere e immaginate, e soprattutto amore. La Scozia è l’amore che i propri abitanti provano per la propria terra, per i propri prodotti, per la propria storia e cultura. La Scozia è acqua, montagne, creature vere e immaginate, amore e comunicazione. Gli scozzesi comunicano qualsiasi cosa. In quel lago si possono avvistare aironi e beccaccini? C’è un cartello che lo spiega, e lo spiega per bene. Quel ponte sospeso sopra la cascata è costato un sacco di soldi ma è venuto proprio per bene? C’è un cartello che lo spiega in modo semplice e trasparente, e spiega come se vuoi poi contribuire a recuperare un po’ di soldi donando qualche moneta. Quel paese ha una sola cosa da vedere, e quella cosa è il falco? Te lo spiegano per benissimo e tu non vedi l’ora di vedere il falco e capire come distinguerlo dal buzzard, perché te lo raccontano con così tanto amore, così tanta passione, così tanta “verità, ben detta” come recita il motto di una delle più importanti agenzie di comunicazione del mondo, che tu non puoi che rispettare questo amore, sentirti contagiato e comportarti di conseguenza. Certo, se sei in Scozia non ci sei capitato per caso: sei già predisposto a farti contagiare da questo amore. Ma è proprio qui il punto. Gli scozzesi scandiscono ogni giorno chiaro e forte, con tutta l’energia che merita qualcosa che si ama davvero, quanto è fantastica la loro terra. Che cosa accade allora? Che si crea il circolo perfetto, quello che funziona così: gli abitanti amano la loro natura, la rispettano e fanno di tutto per comunicare questo amore e questo rispetto.
 
 

I turisti che arrivano sono già turisti selezionati, perlopiù sono turisti che amano la natura, l’escursionismo, o magari vogliono visitare le distillerie e osservare da vicino come i cereali vengono trasformati in wiskhy (non c’è distilleria che non si possa visitare. Provate qui a chiedere come turisti di fare un giro anche solo in una cantina di lambrusco). Sono esattamente i turisti che gli scozzesi vorrebbero: quelli che vengono ad amare e rispettare proprio le stesse cose che gli scozzesi amano e rispettano e – mi pare proprio sia il caso di dirlo chiaro - i soldini dei turisti contribuiscono – paradossalmente se ci rapportiamo all’Italia – a progetti di salvaguardia dell’ambiente e della fauna o, per esempio, di ristrutturazione o mantenimento di un castello. In pratica, grazie all’incredibile lavoro che stanno facendo in Scozia, più turisti vuol dire più salvaguardia. Esattamente il contrario che in Italia. Incredibile no?



Ma c’è un altro esempio che mi ha sbalordito sul valore della comunicazione in questo paese. Facciamola breve: a un certo punto, a Pitlochry, noto per i salmoni che risalgono la corrente, devono costruire una diga per l’energia idroelettrica. Sono costretti a farlo, ma questo poteva voler dire una cosa sola: niente più salmoni, un ecosistema (e un’economia) distrutti. Ma qui c’è l’amore, c’è la comunicazione, ci sono persone che fanno funzionare il cervellino. Ed ecco l’idea: costruire una vera e propria scala di vasche che permette ai salmoni di risalire con facilità la diga e proseguire la propria strada. E non è mica finita. Sott’acqua c’è una telecamera collegata a un monitor con contatore. Ed ecco che una diga potenzialmente distruttiva diventa un’attrazione turistica che addirittura fa sensibilizzazione, incantando turisti come noi, entusiasti di veder passare il salmone numero 4.234 di quest’anno.



Costi? Ma quali costi?, queste sono risorse!
Ce l’abbiamo in mente tutti, no?, quel tizio che ha proposto di vendere le nostre spiagge. Ecco, uno degli ultimi giorni in Scozia, per spezzare il viaggio da Pitlochry a Edimburgo, ci fermiamo - senza poi crederci troppo - in questo paesino del Perthshire, dove nidifica l’unica famiglia di falco pescatore in Scozia. Per entrare si paga poco, intorno a quattro sterline se non ricordo male. Si fa questo percorso all’interno del parco naturale e si arriva a una bella struttura in legno. Siamo entrati immaginando fosse una mostra, magari una bella mostra, e che pretendere di vedere un falco vero, sarebbe stata un’infantile ed egoistica utopia. Ecco, dicevo, arriviamo in questa casetta e immediatamente ridivento un bambino. La famiglia di falchi pescatori (Sono uccelli splendidi con un’apertura alare che arriva intorno al metro e ottanta) è visibilissima, attraverso una parete in cui sono state praticate fessure con binocoli e cannocchiali che puntano sul nido. Come se non bastasse ci sono telecamere che non infastidiscono la coppia e che riportano su grandi monitor leimmagini dei falchi, attimo dopo attimo. Vi dico a cosa abbiamo assistito: a un certo punto è arrivato un invasore (forse un buzzard), papà e mamma si sono alzati in volo minacciosi e insieme lo hanno messo in fuga. Nel frattempo il piccolo si è appiattito sul nido come un tappeto, diventando praticamente invisibile. Non appena mamma è tornata, il piccolo si è alzato lasciandole il posto per riassettare il nido. Tutto questo con la telecronaca in diretta di due guardiaparchi emozionati almeno quanto noi, che tutti i giorni scrivono ogni evento saliente riguardo alla coppia su una lavagna.



Parlando con loro, nel mio pessimo inglese, e leggendo i sempre perfetti materiali di comunicazione, ho capito che si tratta di un progetto molto serio di salvaguardia, che i falchi sono costantemente monitorati, anche durante le abituali migrazioni in Centroafrica e Spagna, grazie a una rete di altri centri. Il progetto è finanziato dalla comunità europea, dalla Royal Qualcheccosa (la Lipu scozzese) e… da noi turisti. Capite la differenza con l’Italia? Io turista, vado in Scozia, sono accompagnato in un’avventura incredibile, so dove sto spendendo i miei soldi e cosa sto finanziando e sono ben contento di farlo, perché in Italia – dove abbiamo una biodiversità almeno cento volte superiore alla Scozia – non ho mai avuto la possibilità di assistere a niente del genere, e di farlo in modo sostenibile e perfettamente rispettoso della natura. Anzi, sto contribuendo anche io a salvaguardare quello che vorrei che tutti potessero ammirare. La differenza con le spiagge in vendita è abbastanza chiara, no? Un progetto di salvaguardia (una spesa) diventa un parco che richiama persone facendo cultura e sensibilizzazione e diventando fonte di guadagno (risorsa). Aggiungo che il bagno era completamente senz’acqua: una locandina ci ha spiegato che si tratta di un progetto di ecosostenibilità applicata: alcuni microbi trasformano tutto in ferilizzante di ottima qualità con un processo naturale.



Non solo Ciquita ha il bollino blu
In Scozia esiste un ente istituzionale univoco che dà le stelle alle strutture ricettive. Ma c’è una piccola e allo stesso tempo enorme differenza con l’Italia: le stelle non vengono attribuite solo agli alberghi, ai bed and breakfast agli hotel, ma a qualsiasi attrazione turistica. E per qualsiasi intendo qualsiasi: dalla visita al castello di Edimburgo all’escursione in barca per avvistare focene. Un turista arriva, vede le stelle e sa cosa aspettarsi. In modo chiaro e perfettamente trasparente. Non esiste quella zona di grigio tutta italiana per cui faccio un giro in barca e non se se il tizio è mezzo abusivo, cosa mi farà vedere davvero, come si comporterà. Ma in questo caso la comunicazione ha un valore ancora maggiore, perché è ovvio che stimola gli attori in gioco a migliorare la propria struttura: un giro in barca da 5 stelle attira più clienti di un giro in barca da 3. Com’è come non è, la comunicazione qui è sempre presente e ha un valore enorme e tangibile, che si riflette in modo concreto sulla realtà.

 

Tradizione o innovazione? Le dicotomie vanno bene giusto per scrivere i titoli dei giornali
Infine ecco, quest’ultima cosa. Noi siamo proprio fissati: siamo cresciuti con le dicotomie nel dna. E se l’hai nei programmi della testa hanno sempre ragione loro. Se ragiono come su una scacchiera è ovvio che mi attiengo alle regole della scacchiera: bianchi o neri, tradizione o innovazione, passato o futuro, natura o progresso. Chiaro che se butti giù le coordinate in questo modo non puoi che ragionare con questi parametri e non ne uscirai mai. Continuerai a pensare che il progresso è incompatibile con la natura, così come la tradizione lo è con l’innovazione. L’impressione è che in Scozia, semplicemente non amino giocare a scacchi e ragionino con altre regole. Alle feste di paese con la banda in kilt partecipano i ragazzi con i tatuaggi e i piercing e gli anziani sdentati, il turismo non solo rispetta ma contribuisce alla salvaguardia dell’ambiente, uno dei castelli più importanti (quello di Edimburgo) è sede di eventi e concerti (immaginiamo un concerto al Colosseo). E appena arrivi la signora anziana del bed and breakfast ti chiede se hai già scaricato l’App: una sorta di Around Me potenziato e dedicato alla Scozia, in grado anche di dirti quale monumento stai osservando e cosa c’è nei dintorni.

 

Non tiro somme, non faccio nulla. Lascio riposare questi pensieri e fermentare un po’, come per il whisky. A proposito, sapevate che bisognerebbe berlo allungandolo con acqua di fonte? Ok, per noi italiani va bene quella naturale.



mercoledì 26 giugno 2013

LE MIE STORIE CON GLI OGGETTI / OGGETTO #1 OCCHIALI DA SOLE FEMMINILI DEGLI ANNI SESSANTA


Le mie storie con gli oggetti

Sono stato amante di un certo numero di oggetti. Non molti in verità. Ho avuto relazioni intense e appaganti con loro, o discrete e durature. Alcuni mi hanno segnato per la vita. Non so esattamente che cosa trasforma una cosa neutra, arida e inerte in un oggetto che diventa parte di me. Non so precisamente come avvenga, che le cose e io cominciamo a studiarci, a confrontarci, ad appartenerci e a diventare un’unica grande narrazione; eppure io, in fin dei conti, non sarei lo stesso senza questi oggetti, e questi oggetti non sarebbero gli stessi, senza la relazione che hanno con me. Non so come avvenga, è vero, ma custodisco negli scaffali della mia memoria ogni singolo libro, giocattolo, utensile, gadget, accessorio, elettrodomestico che ha avuto una storia con me. 



Oggetto #1. Occhiali da sole femminili degli anni Sessanta

Descrizione:

Un vecchio paio di occhiali di forma affusolata. Le lenti sono arancioni, solcate da un gran numero di segni. Le bacchette, molto sottili, non sono avvitate alla perfezione.

Durata della relazione:

Dal 2003 a – Relazione attualmente in corso



Storia (con un’altra storia dentro):
Da adolescente ho avuto qualche paia occhiali da sole. Li compravo, li perdevo, li lasciavo in giro. Nessuno mi aveva mai convinto al punto da meritarsi la definizione di mio paio di occhiali da sole. C’è stato un periodo intorno ai quindici anni - ascoltavo hip hop allora – in cui avevo trovato un paio di occhiali in una delle più classiche gite a San Marino, dove si andava ad annoiarsi un po’ su e giù per le vie, si scherzava sui colori delle divise da folletto della gendarmeria, si faceva il giretto nel ridicolo museo delle cere e si finiva nel negozietto a comprare qualcosa, perché senza le tasse costava meno; ecco, in quell’occasione avevo trovato un paio di occhiali con quelle forme avvolgenti di una di quelle marche di abiti da snowboard: quelli, devo ammettere, per un annetto sono stati quasi i miei occhiali, anche se dentro di me sapevo che il mio viso e quelle forme non sarebbero andati d’accordo per sempre; in fondo sapevo dall’inizio che quella storia somigliava più a un flirt estivo che a un amore vero. Bastarono un nuovo taglio di capelli e una fissazione meno integralista per la musica hip hop perché una mattina mi trovassi ridicolo, davanti allo specchio, con quegli occhiali. E poi va detto, per trasparenza, che il motivo grafico sulle bacchette avvolgenti aveva iniziato a scolorirsi e la vernice a scrostarsi; insomma, era finita, non avevamo più nulla da dirci, anche se non era stata così male.

Poi niente, seguirono anni bui, anzi il contrario: così luminosi da diventare accecanti, perché non usavo nessun tipo di occhiali da sole. Una frase mi aveva influenzato su tutte, di un amico tedesco, pragmatico e sicuro dell’oggettività delle sue affermazioni, come si vuole siano i tedeschi: «Se vai in Messico, quasi nessuno ha gli occhiali da sole, e sì che là il sole picchia ben più che in Italia – mi aveva detto nel suo modenese-tedesco – gli occhiali da sole sono più che altro una moda, è ovvio». Così, le poche volte che ero tentato di andare a provarne un paio, pensando a quella frase sulla moda, mi scoraggiavo.

Adesso ce li ho degli occhiali miei. Li indosso anche ora, mentre guido verso Reggio Emilia, passando per le strade basse che attraversano campi di erba e mari di eternit. Sono occhiali degli anni sessanta, da donna. Me li ha regalati un vecchio amico, che ormai vedo al massimo un paio di volte l’anno. Erano già pieni di segni e graffi, perché erano occhiali originali di sua madre. Me li aveva messi in mano, con queste lenti affusolate, arancioni e tutte segnate – anche se non così segnate come sono ora - e aveva insistito perché li provassi. Una volta indossati avevo capito subito che non si poteva più tornare indietro. Non erano occhiali da sole, ma occhiali del sole. Ancora oggi non riesco a spiegarmi bene il miracolo per il quale quelle lenti riescono ad attenuare l’intensità della luce, ma allo stesso tempo aumentano a dismisura la saturazione di ogni colore: le colline diventano brillanti e intense e rigogliose come quelle irlandesi, il cielo blu, più blu dei poster del Texas, ritoccati a Photoshop, i campi di grani gialli come un’arancia, però gialla. Dopo un paio di minuti che indossi quegli occhiali, osservando il meraviglioso mondo supersaturo degli anni sessanta, ti abitui e ti sembra che quella sia la normalità. Toglierseli è una specie di dramma, una delusione straziante. È come ritrovarsi di colpo in una versione di Serie B della realtà, una vita abbassata di un’ottava, un acquerello dipinto in fretta da un pittore che lesina sui colori: tinte smorte, marroncini sbiaditi, verdi malinconici e desolanti. Ti viene da chiederti: ma è davvero questo il mondo in cui vivevo prima di indossare gli occhiali del sole?

A quei tempi avevo la fissa per i colori del cielo, che di notte a Sassuolo tende a diventare di un marrone violace impossibile da definire. Era il colore dell’insofferenza che provavo verso la città in cui avevo sempre vissuto, mescolato a un bel po’ di spleen residuro da ex adolescente. Ci avevo scritto un racconto, che si chiamava Sfumature. Era stato pubblicato sulla rivista Tèchne di Paolo Albani, forse era la prima volta che mi pubblicavano un racconto o giù di lì. C’era questo protagonista che odiava i colori del cielo, e alla fine della storia vomitava, e il vomito aveva gli stessi colori del cielo. Il mio amico era stato uno dei primi a leggere il racconto e anche uno di quelli che ogni tanto condivideva sbronze e vomitate e probabilmente gli era pure capitato di soffermarsi sul colore del mio vomito.

«Per te i colori hanno un’importanza particolare, quindi è giusto che li tieni tu, tanto mia madre li buttava via».
Forse i miei occhi sono anche diventati un umidi, tanto da dietro le lenti arancioni non se ne poteva mica accorgere.

Così quegli occhiali, che erano del mio amico, anzi di sua madre, sono diventati ufficialmente il mio paio di occhiali. Adesso li uso quasi solo quando sono in macchina, per godermi meglio il panorama, ma devo stare attento perché il mondo ormai tocca sbirciarlo da dietro i graffi: ai solchi anni sessanta si sono aggiunti tutti i miei, in un’orgia di segni e scalfiture che costringe le pupille a fare acrobazie per concentrarsi sulla strada. Ma quando per esempio guida qualcun altro, allora non m’importa: rinuncio volentieri alla precisione, alla definizione, in nome di quel mondo saturo, arancione, pieno di colori. E ogni volta che me li infilo e guardo il mondo vedo anche quel periodo preciso, quel momento in cui uscivo dall’adolescenza e avevo un certo sguardo sulla realtà che è diverso da quello che ho adesso. Rivedo le sfumature con cui vedevo il cielo della mia città e rivedo il mio amico e sua madre che poi ho conosciuto in seguito – chissà se lo sa, sua madre, che ce li ho io i suoi occhiali?

E poi, se riesco a concentrarmi bene, a dirigere lo sguardo tra la scalfitura diagonale sinistra e quel segno verticale che quasi la incrocia, riesco persino a scorgere un barlume di realtà, per come doveva apparire negli anni Sessanta: piena di graffi, contusioni, cicatrici, piena di contrasti e foschie, ma con quella luce in fondo alla strada che ti inondava, ti chiamava, ti diceva fai, viaggia, costruisci, provaci. E va bene, vi dico un segreto che non volevo raccontare a nessuno: anche quando è sera, o notte, persino prima di addormentarmi qualche volta, se ho avuto una pessima giornata o mi sento particolarmente negativo, mi infilo i miei occhiali del sole, chiudo gli occhi e vedo uno dei colori della felicità.