domenica 6 maggio 2012

Facebook è una bicicletta. Ovvero: certe volte il medium non è poi così tanto il messaggio.


Un paio di settimane fa ero a una conferenza. Un professore esaminava il ruolo sociale della bicicletta, dalla sua nascita alla sua diffusione, nei differenti contesti e paesi. Interessante. Solo che mentre parlava, senza nascondere troppo quanto certe posizioni appaiano inevitabilmente ridicole oggi, ecco, mi è suonato un campanello, proprio come quei vecchi aggeggi meccanici che si trovavano sui manubri delle bici di una volta (ci sarà l'App campanello da bici?).

Il professore raccontava e raccontava, e spiegava, tradendo qualche accenno di sorriso, come la Chiesa Cattolica si schierò - indovinate un po' - in modo fortemente contrario a questo strumento che costringeva a mantenere posizioni equivoche e che esponeva ai venti le sottane dei parroci e delle parrocchiane con conseguenze irreparabili e peccaminose - per non parlare di cosa poteva suscitare il sellino sui genitali femminili. E poi ci furono i comunisti, pure loro contrari a questo strumento che - prodotto industrialmente e così rapido e veloce - non poteva rappresentare che il simbolo stesso del capitalismo che avanzava prepotente a colpi di inesorabili pedalate; salvo poi cambiare idea diversi anni più tardi, quando capirono che - al contrario - la bicicletta poteva rappresentare uno strumento economico e pratico, utile per tutti i compagni comunisti.















E mentre parlava, tutti noi sorridevamo di queste pozioni - pregiudizi potremo dire e non sbaglieremo di certo - ma forse senza capire a fondo di cosa stavamo sorridendo. Il punto è che la bici è la bici. È un mezzo. Un semplice strumento. Che in quel momento era nuovo. E, prima ancora di provarlo, interi gruppi più o meno organizzati, intere compagini, interi paesi, pretendevano di prendere posizioni, di legiferare, di proibire o regolamentare in base a caratteristiche del tutto accessorie, non fondamentali, dello strumento bicicletta.

In pratica, ognuno proiettava nella bicicletta brandelli di cultura, di informazioni, di ciò che conosceva in precedenza alla nascita di questo nuovo mezzo, credendo in questo modo di averlo conosciuto. Come sempre: giudicare invece di comprendere.






Il campanello, dicevamo. Il campanello che mi era suonato in testa. Il fatto è che mi si è formata una semplice uguaglianza: la Bicicletta è Facebook. Uno strumento. Un qualcosa che prima non c'era e ora c'è. Un mezzo che ha alcune caratteristiche nuove e che permette e permetterà relazioni, contatti, connessioni che prima non erano possibili. E che al momento viene troppo spesso liquidato con giudizi sommari, con pre-giudizi, cercando di utilizzare categorie pre-media sociali per prendere posizioni che, inevitabilmente, tra una generazione risulteranno assurde quanto quelle sulla bicicletta.

La bici è: ecologica, leggera, alimentata da energia umana, permette spostamenti piuttosto lunghi ma non lunghissimi, non consente una buona copertura dalla pioggia per chi la guida, ha prevalentemente un solo posto... queste sono le sole e uniche caratteristiche di questo mezzo. Grazie a queste caratteristiche, può essere usata in diversi modi, da diversi gruppi e categorie sociali e paesi. In alcune città è usata moltissimo e incentivata per ragioni ecologiche. In altri contesti è ormai parte del vivere quotidiano. In altri ancora ha permesso e permette scambi che prima non erano possibili. In sostanza: le singole categorie, i singoli ambienti culturali, possono usare lo stesso strumento bicicletta informandolo di differenti significati.

















Così, i sedicenni usano prevalentemente Facebook per scambiare informazioni stupidotte - possiamo dire generalizzando - gli uomini di marketing lo usano come strumento di brand per le aziende, chi lavora a distanza lo usa per agevolare il proprio lavoro. Come con la bici: differenti categorie informano Facebook di differenti significati. Perciò stiamo attenti quando diciamo: su Facebook si condividono solo sciocchezze poco rilevanti e superficiali. In realtà stiamo dicendo che noi siamo superficiali e abbiamo cose poco rilevanti da dire, perché siamo noi che stiamo guidando il nostro Facebook. Sarebbe la stessa cosa dire che la bici permette solo viaggi inutili, dopo aver osservato diversi gruppi di persone che usano la bicicletta per compiere viaggi inutili. Non ha molto senso.

Ammettiamo pure che, così come la bici si presta più a viaggi con il sole che a viaggi sotto la pioggia, Facebook privilegi l'immediatezza rispetto all'approfondimento: chi ci dice che questo sia per forza un difetto? In base a quali categorie riteniamo che immediatezza significhi per forza superficialità e negatività? Lo sviluppo nasce quando le idee hanno possibilità di circolare e diffondersi in modo non centralizzato. Prima dei media sociali la condivisione e il confronto erano molto più limitati. Questo è un dato di fatto. E forse, solo tra un paio di generazioni ci sarà chiaro se questo è un difetto o un pregio.

Ecco, questo ci tenevo a dire.

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