giovedì 1 novembre 2012

BIRRE ARTIGIANALI E ALTRI RICORDI PRIMA DEL TERZO IMPATTO

Di quegli ultimi anni prima del Terzo Impatto ho ricordi grandangolari e poco saturi, come visti dall’obiettivo di una GoPro e colorcorretti con Instagram, impastando di ditate lo schermo di un Ipad. Ricordo parole bulimiche che ingurgitavano qualsiasi concetto, cosicché ogni volta che si discuteva di sostenibilità o di ecologia, si finiva per ritrovarsi al punto di partenza. 

Ricordo tutta quella consapevolezza sprecata, come una birra artigianale con l’etichetta nuova ma sbiadita, dimenticata a evaporare su una di quelle tavole che nessuno sparecchia mai. E tutte quelle occasioni perse, tutto quel pulviscolo di verità aspirato dalla finzione e gettato nel cassonetto della differenziata, insieme ai bambini e all’acqua sporca.

Ricordo chi mollava il finto lavoro da ricco per mettersi a fare il videomaker per finta, l’agricoltore etico per finta o l’artista artigiano per finta. Ricordo i giornalisti che digitavano titoli eclatanti e ripetevano che la crisi è un’opportunità, ma nessuno specificava mai che restava un’opportunità solo per chi poteva permetterselo.

Ricordo le mille birre artigianali che sbucavano giallobrune come funghi velenosi nell’umido del sottobosco e ricordo l’artigianalità sbandierata come vessillo, e il sapore amaro di quelle birre con il naming, il logo e il graphic design che volevano già essere un brand ancor prima di essere birre, e che continuavano a replicare i modelli esistenti, aspirando a diventare marca e che forse, più che artigianali, avrebbero dovuto chiamarsi momentaneamente artigianali o, più precisamete, aspiranti industriali.

Ricordo le persone terrorizzate dai farmaci generici perché le marche danno più garanzie o quelle che li idolatravano quasi fossero musicisti indipendenti. Ricordo la cultura della marca che ancora era il parametro con cui confrontarsi per credere di sapere che un cibo era buono e un abito era della giusta foggia e un progetto andava bene perché era di un’archistar che pure lui era un brand.

Ricordo molti complici e tanti finti ingenui, ricordo tanti e noi e io e tutti che continuavamo a violentare le parole, spingendovi dentro con forza tutto quanto ci facesse comodo, in un’orgia disgustosa perché quotidiana e consumata con disinvoltura sotto gli occhi di tutti.

E ricordo che in fondo lo sapevamo tutti che l’economia – in quanto economia – non avrebbe mai potuto essere sostenibile. E intuivamo che una cosa è l’antitesi di un oggetto e che fino a quando non avessimo provato a ragionare fuori dal modello, ne saremmo stati complici; ancor più complici e ancor più colpevoli proprio perché stavamo permettendo al modello di infilarsi anche in quelle aree che avremmo dovuto custodire e preservare e nascondere come il Graal. E poi non ricordo più molto altro, tranne il Terzo Impatto.

3 commenti:

  1. Molto bello. E molto attuale, anche.
    Tutto quello che ricordi, da quello che percepisco io, è ancora intatto, là fuori (e lì dentro, e qui dentro).

    RispondiElimina