venerdì 28 dicembre 2012

Farneticazioni pop (alla vigilia di Ralph Spaccatutto)




È che il pop nei confronti delle sensibilità è stato come il digitale nei confronti dell'analogico. Ora tutto è pop e tutto è digitale. I pixel sono caselle e a un certo punto ti accorgi che qualcosa manca, anche se la risoluzione è maggiore dell'occhio umano e bla bla bla scientifici vari. Allo stesso modo il pop ha incasellato le emozioni, disperdendo frammenti di percezione per strada. È come se davanti allo stesso accadimento tutti dovessimo provare la medesima sensazione, codificata dai pixel della cultura di massa. Così nascono le parole tipo aspirazionale ed emozionale. Come se vedere un fiore che sboccia fosse un'esperienza emotiva omologata. La cultura pop crea scatole (packaging) in cui incastrare le proprie sensazioni, così c'è la scatola LUSSO e lì ci vanno questo e quest'altro ma ASSOLUTAMENTE NON QUELLO e poi c'è la scatola SARCASMO e lì può esserci per esempio Gesù con un baloon che dice di avere più poteri di superman e poi c'è la scatola MISTICISMO, dove invece si stipano candele e incensi e magari anche Gesù, ma senza baloon in comic sans, su una carta pergamena passabilmente autentica e dei caratteri finto handwriting.

Il pop può dire tutto e potendo dire tutto non dice più niente perché ha smesso di significare. La pop art, si potrebbe arrivare a dire, non aveva nulla a che fare con la cultura pop che si è sviluppata così come i Beatles non possono essere considerati i papà di Take That. Alla fine dove sta l'arte? Dove volete che stia, se non fuori dalle scatole, in quei frammenti impalpabili di cui i tecnici di qualsiasi campo sono sempre ben volenterosi di dimostrare l'inesistenza? L'arte sta nel pulviscolo ineffabile che danza nell'aria quando il sole filtra attraverso la finestra, ma ormai non sta più nemmeno lì, perché il pop è riuscito a conficcare anche questa immagine in una scatola, sotto l'ETICHETTA "emozionale" distruggendone qualsiasi potere evocativo. Il pop non ti permette più di sentirti persona, individuo, singolo perché ogni volta che provi a essere te stesso ti ritrovi nel già etichettato.

Dov'è che il pop torna - almeno per quanto mi riguarda - a significare? Nelle sue imprecisioni, nei suoi difetti non programmati, nell'umidità che impedisce alla scatola di chiudersi alla perfezione, nella polvere e nella muffa, nella dimensione cioè del ricordo personale, della memoria. I lego, i videogame, i cd smettono di essere pop e tornano a essere personali laddove restano indietro, vengono lasciati fuori dalle scatole per lasciare posto al nuovo e mentre la luce smette di illuminarli, è più facile legarli alle proprie ombre personali e farli propri, ricordarli come parte della propria singola storia: io che masticavo i mattoncini - chissà perché - rovinandoli e impedendo loro di attaccarsi a dovere, io che passavo i pomeriggi cercando di passare quel muro di wonder boy 2 e l'unica volta che ci sono riuscito il gioco si è incantato ed è andato in tilt, io che cercavo metodi più rapidi di copiare i giochi per il commodore 64 ma non ci riuscivo mai, io che cercavo di capire cosa fosse quel maledetto azimut (con l'acca da qualche parte) che doveva essere regolato anche a orecchio, per far caricare i giochi.

Ora, ora che lo ricordo, ora che ricordo questo, è come se pescassi percezioni da scatole differenti e le unissi alla nostalgia, alla polvere, al dolore e alla felicità e riuscissi a salvarli dal pop, dai tecnici, dall'efficienza e da tutti i pixel di questo pianeta.

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