lunedì 24 settembre 2012

Tre cose su Parah e sulla Minetti (Non amo i Parah-culi, ma neanche i Parah-occhi)



Aspetta. Facciamo un attimo di ordine. Parah ha cercato di fare scandalo, facendo sfilare la Minetti come testimonial. Il risultato è stata un’eruzione magmatica di indignati e scioccati e orripilati, che – dicono – non acquisteranno mai più un costume Parah, brandendo le loro spade infuocate d'etica sulla pagina dell'azienda. Ok, i cattivi che volevano fare i furbi Parah-culi hanno perso e gli amorevoli custodi del moralismo hanno vinto la battaglia, sospinti dalle note del paladino dell’invertising. Ma allora? Cos’è quel fastidio che mi ronza nell’orecchio? Cos’è questa sensazione come di non assorbimento? Aspetta. Forse ci sono. Non è magari che ci siamo fatti tutti una domanda un po’ troppo superficiale, per non dire stupidotta, che tiene conto di un solo parametro: la comunicazione? E dunque abbiamo ottenuto una risposta perfettamente definita e ottusa. Io ho provato a dare retta al fastidio e a scavare un po' di più dentro di me. Ho pensato a tre cose, poi dopo vedete voi cosa dare da bere alle vostre voragini per dormire sereni la notte.



>La prima cosa: la Santa Diabolica Marca. Non ne siamo ancora usciti. Non è per niente morta, come vorrebbe una certa falange armata del nuovo marketing. Ora siamo ancora in quella fase… avete presente quando sei appena appena adolescente e rifiuti con troppa ostentazione i giocattoli di quando eri bambino, e in questo modo tutti capiscono che in realtà sei ancora bambino e quei giocattoli hanno ancora un ruolo molto importante per te? Altrimenti non ti ci riferiresti, né nel bene né nel male. Come l’Antiberlusconismo, se volete. Ecco. A me tutti quelli che dicono – sento quasi i loro toni di voce indignati - «Non comprerò più un capo Parah» fanno un effetto strano, di certo non positivo. Quanto valore danno, alla Marca? Quanto ancora sono schiavi del Mito? Ma dov’è che Dio Marca è morto? Dove? Ma non la vedete la gente che ha paura di prendere i farmaci generici (che spesso sono fatti dalle stesse case farmaceutiche di quelli "di Marca”, vedi Pfizer) perché pensa che siano più scadenti? Bene. Con Parah è la stessa cosa. Dire che non si acquista più un vestito Parah per un’operazione di comunicazione significa ammettere che la Marca ha vinto, che non si comprano abiti perché se ne apprezzano il taglio, il tessuto, il colore o perché ci stanno bene addosso magari, ma perché sono di Questo o di Quello, e il loro valore reale è dato da come vengono proposti in comunicazione; o per lo meno, il modo in cui vengono presentati in tv, appiccicati ai muri e infilati tra le pagine di una rivista ha un peso enorme. Per me, e lo dico da comunicatore, è spaventoso.

>La seconda cosa: siamo davvero così sicuri che Parah ha perso? Aspettate un secondo prima di rispondere. Considerate che siamo in Italia. Che votiamo gli stessi corrotti ogni volta. Sempre e per sempre. A un mese, a una settimana e qualche volta a un paio di giorni dai loro scandali vomitevoli. Non c’è, per esempio, la possibilità che tra un semplice mesetto, quando nelle nostre teste si sarà insinuato qualche altro scandalo, qualche altra causa da aborrire, qualche altro evento da applaudire, ci dimenticheremo tutto questo e ricorderemo solo il nome Parah, di qualche punto percentuale in più rispetto a quanto non lo ricordavamo prima? Davvero vi servono esempi analoghi? Davvero non vi viene in mente che è sempre successo così e che ogni volta è la stessa storia? Con Nolita solo qualche anno fa. Con Nestlé e il latte in polvere. Con CocaCola e Pepsi, che stanno privando intere zone dell’India di acqua per produrre le loro ben due alternative di Succo della Felicità? Eppure non vedo nessuno che scrive sulla pagina di Pepsi indignato e invece vedo un sacco di gente che beve la Pepsi.

>La terza cosa è quella che mi fa più tristezza, a dire il vero. Ed è questa: ma dove sono tutti questi moralizzatori, dove sono questi indignati, dove sono questi «Oddio una puttana in passerella, io Parah non la compro mai più» quando le firme che tengono in piedi il Made in Italy producono in buie topaie asiatiche sottopagando donne e bambini (però non sbagliano in comunicazione: mettono sempre la modella giusta nel momento giusto)? Dove sono gli indignati quando mettono i soldini nella loro banca che, dichiaratamente e in modo esplicito, investe in armi (ma nella comunicazione mette sempre una musica istituzionale e rassicurante)? Ditemi dove siete, dove siamo? Il punto, cicci - e sotto sotto lo sappiamo tutti - è che il Mostro lo abbiamo creato noi, lo stiamo continuando a nutrire e lo vogliamo sempre più mastodontico e urlante; e – mi spiace per Iabichino che secondo me è geniale in certe sue osservazioni – noi non vogliamo costumi “belli e fatti bene che non devono necessariamente avere dentro un paio di tette rifatte per dimostrarlo”. Noi vogliamo il Mostro, vogliamo Dio, Vogliamo il Diavolo, Noi Vogliamo la Marca. Vogliamo cose che plachino la nostra voragine interiore almeno per un nanosecondo. Noi vogliamo essere calciatori e veline e ci rifacciamo i nasi e le tette e vogliamo essere in passerella e vogliamo essere Mostri. Noi vogliamo non essere umani, ed essere la Marca di noi stessi. E quindi teniamoci la Minetti in passerella, che è il minore dei mali - molto minore del nostro stile di vita quotidiano in cui quasi ogni acquisto consiste in una catena che alla sorgente vede uno sfruttamento (solo che non è sbattuto in tv, ma nascosto nei siti un po' sfiggy a cui è difficile dare credito) - e chiediamo noi, tutti quanti, scusa al genere umano e agli animali e alle piante e al pianeta terra per quanto siamo schiavi e idioti.



venerdì 21 settembre 2012

Com'è che dicono? Il punto della situazione?



Un aggiornamento rapido su un po' di manufatti digitali che hanno ormai una forma quasi definita, o sono in fase di lavorazione: limatura pixel, assemblaggio byte, robe così. Per FreshFarm è già online il teaser di una web series (non so bene perché ma mi pare ci voglia la s come news) che presto vedrà il primissimo soggetto. Ve l'avevo già detto sotto, giusto?



Insieme a Tiwi, una struttura con cui collaboro da poco con molto piacere, ho sviluppato la sceneggiatura della puntata zero di questa web series (la s, sempre la s) animata, per Hivejobs. Mi sono divertito molto molto molto!



C'è anche un video per un marchio ceramico, fatto con Andrea Calderone, ma ve ne parlo poi più avanti. E poi ci sono due progetti editoriali: per Todaro Editore, insieme a Exprimo, ho iniziato a gestire la comunicazione sui media sociale (presto svilupperemo qualcosa d'interessante con NarrantiErranti).
E poi c'è questa cosa, di cui per ora non posso dire niente! Segreto. SSegretisssimo. Con tante s come web series. Ma se vi capita mettete un like alla pagina. Vi piacerà. Lo so che vi piacerà.


mercoledì 12 settembre 2012

Al lavoro per qualcosa che inizierà presto. Non sembra, ma riguarda lo snowboard


Cosa c'entra una mietitrebbia con lo snowboard? Quella che si vede è davvero una mietitrebbia? Il verso che si sente alla fine c'entra qualcosa con il Pulcino Pio? La luna è mai atterrata su un uomo? A queste e ad altre domande risponderemo in futuro, per ora siamo nel pieno di un duro, durissimo lavoro. Ma qualcuno deve pur farlo.