sabato 30 marzo 2013

Battiato, Clendy e il femminicidio

Ovvero: opinioni a caldo sul tema Comunicazione e donne. 

Il tema
Antefatto: da diversi mesi, su più fronti, si sta portando avanti un progetto condivisibilissimo e anzi ineccepibile su un utilizzo della figura femminile nelle comunicazioni pubblicitarie (e non) più corretto, etico e rispettoso. Possiamo inserire questo movimento in un quadro più ampio, all'interno del quale viene promossa una pubblicità più onesta, sostenibile, meno segnata dai propri tic e più aderente alle sensazioni di un pubblico che da un lato ha sempre più possibilità di dialogo e di risposta agli input che riceve, dall'altro si dimostra sempre più stanco e insofferente verso i meccanismi classici della pubblicità. «Ok - sembra dire la gente - il tuo messaggio è laterale e ironico, ma non più credibile».

Il quadro
È un fiorire di comunicazioni che privilegiano la rilevanza dei contenuti rispetto alla lateralità, di pubblicazioni che tentano di ridare un valore sociale al ruolo del comunicatore, anche a costo di un'Austerità creativa, di prese di coscienza più o meno profonde, più o meno modaiole, di brand e comunicatori. Fin qui più o meno tutto bene, anzi benissimo. Ma che succede poi? In realtà nulla, si potrebbe concludere il post qui, stiamo ancora vivendo questa fase, ed è una fase importantissima, credo.

La trendizzazione
Eppure ho questa sensazione che non riesco a tenere per me. La sensazione non ha un nome preciso ma potrei definirla Trendizzazione. Accade quando un concetto - di base oltremodo corretto - inizia a perdere la sua originaria forza vitale, e a corrompersi poco a poco, a trasformarsi da principio a tendenza, come sta avvenendo per la Green Economy. Ed ecco che all'improvviso nessuna testata può farsi mancare il titolo con l'hastag Femminicidio e ogni giorno sui social media assistiamo alla caccia ai mostri che utilizzano in modo distorto la figura della donna. Lo ripeto, sostengo e sosterrò sempre le ragioni di chi pretende un utilizzo rispettoso della figura della donna, ma temo che - in nome di questo principio - si stia già cominciando a perdere un po' di lucidità e a cercare il mostro da sbattere sui giornali (con l'hastag Femminicidio) con un meccanismo che forse inizia già a essere un po' corrotto, rispetto al suo valore originario.

  

Cultura contro tendenza
Chiarisco di nuovo: non sto dicendo che sia sbagliato denunciare le campagne sessiste, ma che forse, senza una cultura di base condivisa in questo senso, si rischia che anche questo concetto finisca nel calderone dei trend. Quando l'onda finirà cosa succederà, se alla base non è stata costruita una capacità di giudizio e di lettura dei messaggi nelle persone? Butto lì: non è che forse un po' di lucida leggerezza in primis da parte nostra, di sano distacco da ciò che viene mostrato in un annuncio, di capacità di astrazione (in una parola: di cultura) ci aiuterebbero di più e produrrebbero risultati più ampi e duraturi? Ora, la denuncia al femminicidio è come uno spot molto trasmesso: tutti ne stanno parlando, ma sappiamo che non appena smetteranno il rischio è che finisca presto nel dimenticatoio senza far germogliare nulla. Se non lo vogliamo, secondo me dovremmo porci qualche domanda in più.

Le troie di Battiato
Qualche esempio preso dalla quotidianità: la gestione della faccenda Battiato mi ha lasciato perplesso. La maggior parte dei media ha frainteso (mi sbilancio dicendo che forse ha fatto un tantino apposta a fraintendere) l'espressione di Battiato, parlando di sessismo e di stereotipo sulla donna. Pochissimi hanno fatto presente che "troie" non aveva nessuna valenza sessuale. Troie era rivolto ai parlamentari - maschi e femmine che siano - che si vendono per denari e poltrone. Non c'era nessunissimo riferimento alla donna, nell'espressione - volgarissima, questo non si può negare - di Battiato. Il travisamento quasi madornale del suo messaggio è un allarme che mi dice ancora una volta: trendizzazione.


 

Gli assassini di Clendy
Anche il terremoto intorno alla campagna Clendy mi ha fatto riflettere. Si tratta di una multisoggetto volgare, greve, stupida e indifendibile. E io non la difenderò di certo, sono il primo a essere lieto che sia stata sospesa, perché fa male al nostro lavoro, oltre che alle persone che la osservano. Ma onestamente non condivido fino in fondo la motivazione, legata al femminicidio. Per quanto mi riguarda la campagna parla senza nessuna ironia né distacco di assassinio, sia di un uomo, sia di una donna. Questo è il solo punto. Mi suona un po' strano il termine femminicidio in una campagna che mostra sia una donna, sia un uomo morti ammazzati. E sento un po' le unghie (femminili) che stridono sullo specchio quando mi viene risposto che nell'annuncio in cui la vittima è la donna la violenza è ancora più esplicita. Davvero, in tutta onestà, mi pare di discutere sul sesso degli angeli. In entrambi i casi si tratta di uccisioni chiaramente evidenti. Avrei preferito, per l'eticità del mio mestiere, che la campagna fosse stata abolita per l'uso terrificante e non accettabile dell'assassinio, non del femminicidio.


  


I bagni dei film
Quando ancora perdevo ore sfogliando le pagine dei polverosi annunal pubblicitari degli anni passati, mi imbattei in un annuncio affascinante, ironico e molto divertente: in un grande e lussuoso bagno si notava un cadavere - se non sbaglio femminile - (forse c'era anche un coltello? Non ricordo). Il titolo diceva più o meno: I BAGNI DEI FILM. FINALMENTE PUOI PERMETTERTELI. Non so se vinse persino qualche premio, di sicuro ottenne la pubblicazione sull'albo e questo significa che non fu sospeso dal Giurì né da nessun Ministero. La domanda che mi sovviene è: se questo annuncio uscisse adesso farebbe gridare allo scandalo femminicida? Ovviamente non lo sapremo mai, però non è una domanda su cui non valga la pena riflettere un secondo.

Ok donne, ora uccidetemi pure. Però, quando sarò morto, almeno non parlate di femminicidio, d'accordo? 


sabato 23 marzo 2013

Quella cosa che sto scrivendo: un altro pezzo


 ASAP

Alle macchinette c’è il diavolo, si è preso una Girella. Dev’essere un rilancio forse o qualcosa del genere, era da anni che non vedevo una Girella e pensavo fosse uscita di produzione.
Nella macchina ne è rimasta un’altra. Inserisco la chiavetta, digito il numero 42 e osservo il fossile anni Ottanta finire nel vano sul fondo. Sulla confezione azzurra c’è stampato il Golosastro, una specie di mostro con poca personalità, che non faceva nessuna paura ai bambini. «Speriamo che sia anni Ottanta, non degli anni Ottanta» butto lì al diavolo senza troppa convinzione, prima di mordere, giusto per impersonare il ruolo di quello che lo sforzo di fare conversazione l’ha fatto. Almeno ho evitato di chiedergli se sta facendo una campagna per un’azienda che produce pentole, come fanno più o meno tutti gli altri per cercare di fare i simpatici. In ogni caso, continua a masticare la Girella senza fare nemmeno un cenno.

Chissà come doveva essere lavorare in pubblicità in quegli anni di colori vividi, titoli ingombranti messi insieme con i letraset, taglierini e dita impiastricciate di colle; quando ancora non s’iniziava la giornata di lavoro aprendo a caso una delle venti mail rosse con scritto urgente e si potevano inventare il Golosastro e le filastrocche con le rime e quando si faceva una pubblicità di merendine per bambini si poteva parlare ai bambini, non alle loro mamme; e i bambini rimanevano incantati e le mamme compravano tutto quello che i loro figli volevano, senza chiedersi quanti zuccheri, quanti grassi di cui insaturi, quanto aspartame e quanti conservanti fossero contenuti nelle confezioni, e a quale percentuale di fabbisogno giornaliero corrispondeva la quantità di potassio per 100 grammi di prodotto. Chissà se anche allora, quando il desaturato tendente al verdognolo non era ancora l’unico trattamento visivo considerato cool dagli art director, la Fanta era arancione evidenziatore e la One-o-One osava sfidare la Cocacola, superandola nei blind test nel 52 per cento dei casi, il diavolo era un’assunzione obbligatoria in Agenzia. Nessuno glielo chiede mai apertamente, al diavolo, se sa di essere un’assunzione obbligatoria. Nessuno sembra volerne parlare volentieri. L’argomento è una specie di tabù, come gli straordinari non pagati e gli scioperi di categoria che non si possono fare. Si dice che sia utile perché conosce alla perfezione tutte le lingue del mondo, ma il sospetto è che la sua presenza serva a tutti noi semplicemente per farci entrare bene in testa per quale fazione stiamo lavorando, di che squadra facciamo parte qui in Agenzia.

Non è un creativo migliore né peggiore di tanti altri, si lamenta come tutti, fa tardi la sera come tutti. Lavora su clienti impossibili, che nessuno vorrebbe avere tra i piedi: medicinali e banche. Nessuno sa bene cosa faccia nella sua vita oltre il lavoro, non ne parla molto. Ha un piccolo ufficio tutto suo, da dove – nelle giornate peggiori – si sentono risuonare gorgoglii metallici che sembrano un misto tra un maiale sgozzato e un motore che non funziona per bene. Le prime volte erano insopportabili, ma qui in Agenzia si impara presto a fare l’abitudine a tutto.
«Ero direttore creativo, allora - sibila tra il crocchiare dell’incarto plastificato che contiene l’ultimo morso di Girella – come se avesse seguito il filo dei miei pensieri».
«Come?»
«Negli anni Ottanta, dico – butta l’incarto nel cestino sbagliato, quello per il vetro, e si pulisce nei pantaloni il residuo appiccicaticcio rimasto sui polpastrelli – ero direttore creativo su sei o sette clienti. Robe di mamme e bambini, storie di emozioni e buoni sentimenti, hai presente? Biscotti, caramelle, gelati e c’era anche una linea di abiti per l’infanzia. Poi tutto è andato in malora. Erano altri anni comunque.»
«Ma».
Mi fermo, non è il caso di chiedergli cosa sia successo poi.
«Io sono il ribelle. Il caduto. Si è compiuto quello che si doveva compiere, e non è ancora finita». Senza salutarmi torna in ufficio.

«Eccoti, è da venti minuti che ti stiamo cercando! - ansima una voce mentre ancora rimuginavo sulle parole del diavolo, chiedendomi se sul dizionario dei simboli avrei trovato qualche informazione – c’è la riunione, te l'eri scordato? Muoviti! Sono già tutti su, asap!»
Posso abituarmi all’idea di lavorare in squadra col diavolo, posso abituarmi ai suoi lamenti raccapriccianti, posso abituarmi anche alle mail che hanno tutte per oggetto la stessa scritta: urgente; alle velleità degli art e alle paranoie dei clienti che hanno paura di qualsiasi cosa: paura del blu troppo accesso dello sfondo, paura della parola paura scritta nel titolo della campagna, paura di usare un tono di voce anche solo leggermente differente da quello che usano tutti i competitor; ma non riuscirò mai ad abituarmi a un’account che ansima la parola Asap: As Soon As Possibile.
«Ok - giusto per farla irritare digito un altro numero sulla macchinetta – bevo una Lemonsoda, vado in ufficio e controllo un secondo le mail, scrivo un po’ di titoli per la campagna del ferro da stiro, prendo un taxi, vado a incidere un radio in studio - una cosa da un'oretta al massimo - tornando mi fermo a prendere da mangiare e, cercando di fare più in fretta che posso, salgo su in sala riunioni, va bene?» 
Nei suoi occhi vedo solo il terrore, al momento il suo cervello non è sintonizzato sulla frequenza dell'ironia.
«Ok. Asap.» dico, e m’incammino verso l’ascensore aprendo la lattina di Lemonsoda con l'espressione di un condannato a morte.
Adesso finalmente è contenta.

venerdì 22 marzo 2013

sabato 16 marzo 2013

Caressa e Berruto, thè nero, thè bianco.

Un thè con Andrea, il format sviluppato insieme a Tiwi per il Sole24ore, prosegue. Sono online anche gli episodi di Caressa e Berruto: due modi molto differenti di parlare di sport. Se dovessi fare paragoni, Caressa sarebbe un robusto thè nero mentre Berruto un ricercato thè bianco. Assaggiate e decidete voi.

 





sabato 9 marzo 2013

Donne e motori

Ieri era la festa della donna, amata (la festa), odiata, snobbata, criticata e un sacco di altre cose che finiscono in ata. Anche un tantino pressurizzata. C'erano mimose dappertutto, mimose in stazione a Modena, mimose in stazione a Bologna, mimose in stazione a Firenze: sembrava le spacciassero e mi è quasi venuto il dubbio che in realtà si trattasse di un nuovo tipo di piante psicotrope. Tutto questo per dire che proprio ieri, mentre le donne ricevevano mimose - non si capisce bene se gradendole, snobbandole o fumandole - è finito online - con un tempismo degno del miglior Bersani - il secondo episodio di The Lap, la miniserie per il web che abbiamo sviluppato con Tiwi per Kaspersky, in collaborazione con la Ferrari Driver Academy. 


 

Come se non bastasse in questi giorni è online anche un altro video fatto con Tiwi, che riguarda le automobili, ma si tratta di un progetto completamente differente. Se non siete donne date un'occhiata. Se siete donne, smettete un secondo di fare quelle diecimila cose che state facendo contemporaneamente giusto per farci sentire esseri inferiori, e date un'occhiata anche voi.